02.11.2011 - CESARE BASILE

 

Il bello è che non deve fregargliene proprio niente, a Cesare Basile: delle reazioni, del pubblico, della critica. E delle vendite. Quelle poi, come se vendere dischi contasse ancora qualcosa. Basile ha questo sguardo torvo, questa faccia sporca, va in giro portandosi addosso una pelle da vagabondo perfetto, lui suona e canta, abita i palchi e i fumosi club, al resto ci pensi qualcun altro. D’altronde, quanti sono gli album che ha già fatto? Sei, sette, di più? Già nel 1994, quando uscì il primo, non era più un ragazzino, figuriamoci oggi che di anni ne ha quarantasette. Com’era bella Catania, ai tempi di “La pelle”, c’era ancora Virlinzi, e poteva pure capitare non solo di andare a un concerto degli Rem, ma di trovarci pure i Radiohead a fare da gruppo spalla. Le spalle le aveva già larghe allora, Basile, e insomma figuriamoci cosa gliene può importare adesso, di quel che dice la gente. Lui scrive, suona e canta. Fa uscire il disco, certo, poi si mette a girare l’Italia, e quel che sarà sarà. Non ha importanza quel che verrà scritto, che etichette si appiccicheranno, che categorie si scomoderanno. Basile è uno scrittore di canzoni, un mezzo poeta. E questo suo nuovo disco è nient’altro che l’odierno sguardo di Basile sul tempo e sul mondo.

Tre anni fa era la “Storia di Caino”. Oggi, “Sette pietre per tenere il diavolo a bada”. Bene e soprattutto male, il fascino, lo sappiamo tutti, sta più che altro lì, e Basile è sempre stato un po’ biblico, in fondo, negli atti e nella sua natura di cantore visionario e crudo. Le pietre, in realtà, in questo disco sono dieci, dieci canzoni che non rispondono ad alcuna logica univoca, non si prendono la briga di indicare direzioni, svolte o altro del genere. Inutile volersi mettere a catalogare, questo è un disco ricco, nel quale convivono molti modi di fare musica, tutti a fuoco – questo sì – tutti limpidi. Poi, giova ricordarlo, c’è tutta una serie di buoni amici di Basile venuta a fare il suo, ed è gente che il suo lo sa fare molto bene: Alessandro Fiori, Enrico Gabrielli, Roberto Dell’Era, Rodrigo D’Erasmo, Roberto Angelici e altri ancora. Quando si tratta di musica, è bene che le cattive compagnie stiano alla larga.

Anche per questo Basile s’è voluto togliere lo sfizio di andare a registrare un pezzo a Skopje con l’orchestra della radio nazionale macedone. È quel piccolo poema cavalleresco di “Enon Lan Ler”, qualcosa di più di un omaggio alla “Ballata dell’amore cieco” di De André, collocato proprio a metà del disco, subito dopo “E Alavò” – filastrocca amara mezza in italiano e mezza in siciliano – e prima dell’incalzante “Sette spade”. De André, già, uno di cui la scrittura di Basile è sempre stata intrisa, ma che stavolta affiora in maniera prepotente in superficie. In “Sette pietre per tenere il diavolo a bada” c’è dappertutto o quasi, e nel suo nome la raffinatezza del cantautore – si lasci chiamare così, almeno per questa volta – catanese si fa davvero notevole. Poi, certo, non mancano i richiami all’epica d’Oltreoceano, anzi è forse lecito dire che, pur dimenticando più che in passato la sua attitudine da bluesman, l’identità del Basile musicista si compone sempre di più di suoni americani. “Il sogno della vipera”, “L’impiccata” e la stessa “Questa notte l’amore a Catania”, che cala dolcemente il sipario, sono piccole gemme senza sbavature, che vibrano piene, mostrandosi pienamente compiute. Storie aspre, di donne e uomini spesso sconfitti, ma che non scoraggiano: è la poesia di ciò che è stato e ciò che ancora è possibile, tutto qui.

Merita una citazione, infine, il recupero di “La Sicilia havi un patruni” di Ignazio Buttitta e Rosa Balistrieri, due dei maggiori bardi della tradizione sicula del Novecento. Basile ci si butta con passione e coraggio, e la fa a fette con la chitarra elettrica, sua o di chi per lui che sia: risuona come uno splendido e doloroso lamento in morte della terra siciliana.

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