30.11.2012 - Anni Novanta: “La nuova musica italiana”

Ernesto Razzano intervista Edo Rossi

Percorsi Individuali Indipendenti è un libro di Edo Rossi, uscito per i tipi della Chinasky Edizioni, che ricostruisce, tramite la diretta testimonianza dei protagonisti , gli ultimi 30 anni di musica indipendente in Italia, ponendo domande che permettono di rivivere, attraverso la storia di molte di quelle band, un mosaico così ricco e variegato di storie sonore e umane che hanno accompagnato la diffusione anche in Italia di un circuito ricco e innovativo dal punto di vista musicale e artistico, con un momento particolarmente fecondo rappresentato dagli anni Novanta. Conoscere la storia di alcune band che da tanti anni sono tra le protagoniste della scena italiana, sapere come sono partite da una piccola sala prove per guadagnarsi poi un palco e un ascolto, è un fatto utile sia a chi proverà a ripercorrerne la strada, sia per chi è appassionato di musica e delle sue storie. Edo Rossi si è dedicato in tanti modi alla musica, e con questo libro permette di continuare o cominciare a farlo anche a tanti di noi. L’intervista che segue in nessun modo è esaustiva degli argomenti affrontati nel suo lavoro, vuole essere una chiacchierata su quella musica, quel mondo e quegli anni, e anche una introduzione alla lettura di Percorsi Musicali Indipendenti.

Percorsi Musicali Indipendenti è un titolo che si presta a più interpretazioni, percorsi musicali, artistici, o anche storie di band, storie individuali, nel contesto di un periodo, soprattutto a fine anni Ottanta e in tutti i Novanta, che in Italia è stato molto ricco di nuove sonorità, e attraversato da un nuovo fermento sociale.

Il titolo ha una doppia valenza. I percorsi musicali affrontati dalle band che ho intervistato partono tutti dal mondo indipendente perché volevo raccontare le storie di quei gruppi italiani che, suonando una musica non allineata agli standard pop, sono comunque riusciti ad affermarsi, chi più chi meno. Indipendenti anche perché ognuno ha una sua storia diversa dall’altro. Inutile dire “io farò come gli Afterhours” perché quelle cose sono successe a loro e soltanto a loro per via di una serie di fattori. A maggior ragione però, leggere tutte queste esperienze, anche delle band che magari si amano di meno musicalmente parlando, spero serva come stimolo per cercare il proprio percorso musicale indipendente. Come riassumere quel periodo? L’ultimo romanticismo musicale italiano.

La scelta di dare la parola ai protagonisti mi è sembrata interessante, si ricostruisce la storia della band e si racconta il contesto in cui ciò avviene direttamente dalla voce e dalla sensibilità di chi ha investito sé stesso in un progetto artistico, seppure in un contesto generale, mi sembrano centrali le “scene” di alcune città che fanno da traino, Milano appunto, Napoli, Torino, Roma, il Salento….

La scelta di dare la parola ai protagonisti è dettata dal fatto che quando ho iniziato il libro avevo 23 anni e non mi ritenevo certamente un giornalista affermato tale da poter dire la mia ed essere credibile. Ero sicuro che gli intervistati avrebbero detto quello che sostenevo solo che pronunciato dalle loro ugole sarebbe stato inattaccabile. In realtà, riprendendo il discorso delle città traino, il libro vuole dimostrare l’esatto opposto. Non importa da dove vieni o dove vai, l’importante è che tu abbia la determinazione per fare musica. In ogni luogo ci sono difficoltà diverse quindi un musicista che viene dalla provincia non deve sentirsi handicappato o uno più cittadino non deve temere la grande concorrenza. Sono comunque felice di essere riuscito a tracciare una cartina della musica alternativa italiana abbastanza dettagliata.

Questa ricchezza musicale di proposte e approcci, anche nuovi alla musica, poi si traduce anche in un germogliare o addirittura nascere di generi musicali in Italia anche assenti per certi versi, che in alcuni casi si contaminano, in altri seguono la propria strada, ma in ogni caso si va dal nascente rap e hip hop(Rasical Stuff, Sanguemisto), fino al rinnovato vigore del rock “demenziale” degli Skiantos ….

Ogni band credo cha abbia suonato quello che il proprio cuore gli suggeriva. Tutti erano accomunati dal voler parlare un linguaggio diverso da quello proposto e imposto dalle grandi radio e tv. Non mi sono molto preoccupato del genere trattato dai gruppi intervistati. Non dovevo creare un audio compilation, ma un insieme di storie.

Ci soffermiamo un attimo anche sulla questione linguistica? Gruppi come gli Afterhours, passano a cantare rock dall’inglese all’italiano e lo fanno alla grande con album importanti, forse sulla spinta anche di gruppi milanesi come Ritmo Tribale o La Crus che già lo facevano, mentre per esprimere il disagio sociale o le proprie radici arrivano gruppi che cantava in dialetto, Sud Sound System, 99posse, Almamegretta, Agricantus, Pitura Freska e tanti altri….

I Sud Sound System dicono che il vero esperanto è la musica. Io sono d’accordo. Spesso non è necessario capire il testo, secondo me basta intuirne l’umore lasciandosi trasportare dalla pulsazione della musica. Qualche volta mi piacerebbe che la gente ascoltasse tutto insieme, non solo il testo o solo la musica, ma apprezzasse la sensazione generale che una canzone è in grado di dare. A mio parere ci sono canzoni bellissime con testi ridicoli, ma l’ambiente che creano riesce comunque a comunicare molto.

Questa vera e propria proliferazione di nuove band ha stravolto anche i luoghi della musica, si veniva dagli anni Ottanta in cui i circoli (arci) e le feste dell’Unità insieme a pochi locali e qualche negozietto di vinili erano il tutto. Con gli anni Novanta si passa ai centri sociali, a qualche festival indipendente, a grossi spazi di aggregazione, forse oggi si vive un momento di crisi nuovamente sugli spazi a discapito della qualità dei concerti….

Forse è successo il contrario. Il fatto che ci fosse più interesse per la musica dal vivo ha spinto molti a suonare. Poi la situazione è crollata su se stessa. La colpa è di tutti. Le band emergenti che hanno iniziato ad essere troppo pretenziose, i gestori dei locali che hanno abbassato la qualità delle proprie proposte, il pubblico che ha perso interesse nell’andare a vedere gruppi che non conosce non fidandosi più del locale. E poi i permessi e il disturbo della quiete pubblica. Da San Siro al rave più imboscato c’è sempre qualcosa che non va…

Credi che un ruolo importante negli anni Novanta l’abbia avuto anche il web e la crescente attenzione di alcune radio verso questo tipo di circuito?

No, io credo che il web abbia impigrito il fan e lo abbia distrutto. Il bello degli anni novanta è stato che le informazioni sui gruppi le potevi leggere solo sulle riviste specializzate e i dischi li potevi comperare solo ai concerti o nei negozi e li potevi ascoltare solo in poche radio. Se le cose le amavi te le dovevi andare a prendere. Ora che hai tutto sullo schermo del tuo portatile difficilmente ti rendi conto di cosa hai veramente bisogno. Invece trovo che le radio e le tv e anche le case discografiche non abbiano potuto fare a meno di notare che c’era un sottobosco live fatto di migliaia di persone del quale forse era arrivato il momento di parlare… o che forse era il caso di sfruttare.

A un certo punto c’è stato il tentativo per certi versi comprensibile di far emergere tutto il circuito anche a livello commerciale, con una visibilità maggiore, ad esempio il Tora Tora festival che portava in tour tutti insieme tantissimi gruppi emergenti, oppure penso che so, all’esperienza della Mescal come etichetta, che cos’è secondo te che poi non ha sostenuto questo salto dalle autoproduzioni a vere e proprie etichette?

Credo che il Tora Tora sia arrivato alla fine della festa. Ad un tratto ho avuto l’impressione che l’alternativo fosse diventato di moda e quindi come tutte le scene, quando si saturano di “cloni dei cloni” finiscono per implodere. Da un lato credo che chi aveva una potenzialità commerciale e che quindi aveva solo bisogno di un bel palcoscenico per emergere lo abbia fatto. Per il resto, mi riferisco alle band, se l’atteggiamento era quello di suonare in un modo “non commerciale” non potevano certo aspirare a diventare dei Claudio Baglioni. Sicuramente anche il mondo discografico ha commesso molti errori sottovalutando un po’ l’intelligenza dei fans e muovendosi con un feeling troppo distaccato dalla realtà. Ultima cosa. Credo che ad un tratto facesse figo chiamare “geni” delle band che in realtà forse non avevano le carte in regola per sfondare e quindi se non lo hanno fatto può essere semplicemente perché non sono piaciute.

C’è qualche gruppo di quegli anni che secondo non è stato apprezzato per quanto valeva?

Non mi metterò di certo a fare il figo e a chiamare “genio” qualcuno che non lo era. Sicuramente alcune delle band che io apprezzo di più non sono tra le più famose. Personalmente, ma molto personalmente, credo che i Casino Royale e i Ritmo Tribale potessero raccogliere di più, ma non si può mai essere sicuri sui motivi che fanno salire o scendere una band.

Quali tra i personaggi che hai intervistato hai trovato più legato emotivamente a quegli anni e chi invece e sempre proiettato verso nuovi progetti e cambiamenti?

In realtà il libro è pensato per essere “senza tempo”. Il fatto che la maggior parte delle band intervistate sia di quel periodo è solo una coincidenza. La speranza è quella di raccontare delle storie di passione e di scalata senza gli attrezzi convenzionali. Ho iniziato il libro nel 98, quindi non saprei dirti chi è rimasto più legato a quel periodo se ripenso alle interviste che ho fatto, anche perché essendo avvenute allora non c’era ancora l’effetto revival… Credo che tutti siano in qualche modo legati a quel periodo perché sono rimasti un po’ gli ultimi, quelli che si sono fatti il nome in quegli anni, ad essere amati “vecchio stile”. Ora tutte le band che emergono sono troppo oppresse dal mordi e fuggi, dalla sindrome da meteora.

Uno sguardo conclusivo sulla scena indipendente attuale. Che idea ne hai in quanto a qualità? Ci sono progetti che apprezzi particolarmente?

Scena attuale? Non è come allora. Gli headliner sono quelli di 10/15 anni fa, sono cambiati i gruppi che fanno da supporto che a causa della sindrome da meteora forse non riescono neanche ad avere la possibilità di fare un disco pur meritandosela. O meglio, magari riescono ad auto produrlo molto più facilmente grazie alle nuove tecnologie, ma quando vedono che nel giro di poco non diventano nessuno mollano. Tra i gruppi emergenti attuali mi piacciono molto Il Maniscalco Maldestro, i Destrage, i What a funk, il nuovo dei Fire, i Greatfireofrome, gli Ojm, i Rocknroll Kamikaze, Thee stp, i No Guru e gli altri non me ne vogliano se ora non mi viene in mente il loro nome.

Sarebbe interessante se questo libro avesse un seguito, a me è servito molto leggerlo e ritornare in quegli anni, ma per chi non li ha vissuti è un ottima bussola per orientarsi direttamente tra le voci dei protagonisti

Un seguito? Perché no. In primis mi sono preoccupato di prendere uno o due campioni per zona geografica, ma alla fine sarebbe stato sicuramente interessante sentire le storie anche dei Linea 77, dei Verdena, dei 99Posse, di Caparezza, di Fabri Fibra ( che al contrario di quanto si possa pensare è uno che ha veramente sputato sangue per emergere anche se non amo la sua musica) per non parlare dei gruppi metal come i Lacuna Coil, La strana Officina, Gli Extrema, i Vanadium o i Necrodeth conosciuti in tutto il mondo. Ho dovuto decretare uno stop ad un certo punto perché il libro sarebbe stato incompiuto in eterno… Magari con una bella proposta da parte di un editore, perché anche il mondo dell’editoria è un fottuto casino – almeno al pari di quello discografico, si potrebbe fare un “Percorsi” 2. Ora però sto scrivendo un altro libro, un po’ più intimo, del quale non voglio rivelare nulla per il momento, ma se vuoi ti terrò aggiornato. Per quanto riguarda gli anni 90, come ho detto poco fa, non ho voluto fare un monumento a quegli anni, avrei sicuramente dovuto farlo uscire prima ma pigrizia ed impegni non me lo hanno permesso. Inevitabilmente c’è da ammettere che quella scena e quanto successo in quegli anni però è stato determinante ed affascinante e credo che mai come allora si sia potuto parlare di scena alternativa italiana. Direi quasi un “Paese Reale”.

Note Biografiche
Nato nel 1975 a Torino sviluppa un amore/odio per l’ambiente metropiltano che se da un lato lo soddisfa per varietà di stimoli, dall’altro logora quell’alta percentuale di sangue di mare, ligure per l’esattezza, che scorre nelle sue vene che gli trasmette la necessità di riservatezza, semplicità e riflessione. Per questo, dopo aver ascoltato tutta la musica che poteva sfruttando il tempo libero che l’isolamento urbano gli “regalava” si trasferisce in Liguria, dove finisce le scuole e esordisce come dj a Radio Eclisse e nei locali della riviera di Levante. Dopo essersi rilassato abbastanza ed aver riflettuto a sufficienza sente il richiamo della giungla cittadina, e cantando la Gunsendrosiana “move to the city” percorre la A7 e finisce a Milano, dove diventerà autore/redattore televisivo, critico musicale e soprattutto speaker/dj della ormai defunta emittente rock 24/7 Rock Fm. Non ha una passione in grado anche solo di avvicinarsi a distanza a quello che gli da la musica, infatti ha fatto quasi tutto quello si può fare con essa. L’ha ascoltata, l’ha venduta in un negozio di dischi, l’ha recensita, l’ha trasmessa e annunciata e ovviamente la suona. Compatibilmente con la paghetta colleziona chitarre. Fa il chitarrista e il batterista da diverso tempo in svariati gruppi ed è la prima volta che scrive un libro (e la seconda che ne legge uno).

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